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L’importanza del folklore nel 2017

 di MARIO CONTINO – Nel 2017 parlare di mistero e folklore non è facile come in realtà dovrebbe esserlo. Purtroppo alcune persone, vuoi per ignoranza vuoi per lecito timore dovuto ai troppi millantatori che infestano la nostra società, hanno sviluppato un atteggiamento che profuma più di pregiudizio che di sano scetticismo.

Il folklore cita figure quali: spiriti, fantasmi, mostri, maghi, streghe, ma anche tanto altro, come i piatti tipici della tradizione culinaria locale, i rimedi medicamentosi tradizionali e ben noti alle nostre nonne, ritmi e danze spesso associate a religiosità (si vedano la pizzica salentina, nata come rimedio per “esorcizzare” il male rappresentato dal veleno della tarantola).

Il termine folklore si compone di due differenti parole inglesi:

Folk: popolo
Lore: Sapere

Dunque fa diretto ed esplicito riferimento all’antico sapere popolare che da sempre è stato imbevuto di leggenda e mistero, e che è alla base di quell’affascinante cultura contadina che rappresenta i forti pilastri della nostra odierna società.

Il folklore, materia della quale mi occupo da circa 10 anni, è direttamente legato alla “Sociologia”, materia universitaria di grande importanza.

Il dizionario Treccani definisce la sociologia in questi termini:

“Scienza che ha per oggetto i fenomeni sociali, indagati nelle loro cause, manifestazioni ed effetti, nei loro rapporti reciproci e in riferimento ad altri avvenimenti”.

É dunque lecito studiare, conservare e tramandare, leggende che da sempre furono raccontate dai nonni ai nipoti, seduti accanto al focolare, momenti unici che solo i nostri genitori potrebbero ancora ricordare. Attimi di condivisione, di affetto, di unione, nei quali nessuno rideva, o derideva il prossimo per l’utilizzo di termini quali: “Fantasma o Folletto”.

Certo oggi le cose sono mutate, oggi molti sono oppressi dal peso di una società menzognera e meschina che ha fatto del materialismo e del denaro gli unici dei ai quali inchinarsi e mostrare riverenza.

Oggi il mondo occidentale sembra allontanarsi dal folklore, dalle proprie radici culturali, ed un albero al quale vengono tagliate le radici, è destinato a perire.

Non è così ovunque: il Giappone è la culla del folklore, nel quale persino il mondo scientifico-accademico è aperto al mistero e al fascino di festività antiche e sentite come motivo di orgoglio, come colla che unisce un popolo e lo fortifica.

In occidente troppi santoni, maghi, fattucchiere e cartomanti hanno creato un clima di disprezzo, convincendo molti a fare “di tutta l’erba un fascio”, nel disprezzo di una materia che fino a pochi anni fa era sui banchi di scuola nell’ora, probabilmente non più in vigore, dedicata alla lettura.

I bambini non sognano più, sono catapultati in un mondo che non dovrebbe essere di loro competenza, il mondo degli adulti, che scoprono troppo presto e che li ingabbia in meccanismi deleteri.

É più giusto insegnare ai nostri figli a contare le banconote o lasciargli sognare un mondo nel quale le streghe volano sulle loro scope ed i folletti curano le piante dei boschi?

Lasciamo i fanciulli a vivere la loro fanciullezza, purtroppo diventeranno adulti sui quali graverà la nefasta eredità lasciata da tutti noi: un mondo insicuro e un’economia pressoché inesistente.

Ma questi sono problemi dei grandi, ad ogni età il giusto peso di responsabilità. Il folklore può essere utile anche per migliorare il livello socio culturale ed economico del popolo.

Come? Attirando turismo destagionalizzato e diversificato, un turismo attento alle antiche tradizioni, capace quindi di radicarsi per interessi culturalmente rilevanti, e non per mero commercio e consumismo sfrenato.

Questo è il folklore, questo è il mio studio ed il tema che continuamente traina la mia produzione libraria e giornalistica. Rinnegare il nostro passato, la nostra storia, significa rinnegare noi stessi.

http://www.giornaledipuglia.com/2017/10/limportanza-del-folklore-nel-2017.html?m=1

Salvaguardiamo il folklore pugliese

di MARIO CONTINO – La Puglia è una regione molto antica, il cui stesso nome è avvolto nel mistero e nella leggenda ed il cui vasto territorio racchiude tradizioni millenarie degne della più ampia divulgazione possibile. Da diversi anni mi occupo del folklore pugliese, percorrendo la regione da Nord a Sud, visitando castelli, antiche masserie, chiese e cripte, grotte, tutti luoghi che conservano leggende e misteri, dal fantasma di questa o quella dama, ai segni del miracolo del Santo o del Beato di turno.

Non mancano neppure i riferimenti al simbolismo massonico esoterico, alcune volte giusto accennato e celato tra i capitelli del Barocco, altre volte ostentato con fierezza, soprattutto sulle antiche cappelle di alcuni dei cimiteri più antichi della nostra regione Bitonto o Lecce, giusto per citarne due.

Sono stati scritti diversi libri sulla nostra bella regione, sui suoi monumenti, sull’architettura, sulle bellezze naturali e culinarie ma, soprattutto, sul mistero e sul folklore, poichè è da questi che l’intera cultura regionale trae origine, da credenze, leggende, storie che sono proprie della tradizione contadina.

Ho pubblicato molti articoli giornalistici e ne produrrò ancora, descrivendo questi insoliti ma importanti aspetti culturali spesso sottovalutati e sminuiti dalla “reale” ignoranza di molte istituzioni che cercano le ricchezze del territorio calpestando i suoi veri diamanti.

Viviamo in una regione ricchissima, i tanti critici d’arte dovrebbero osservarla nell’insieme e giudicarla come uno dei capolavori artistici più belli del mondo, la cui autrice è addirittura “madre natura”, aiutata da un popolo umile ma dai saldi principi morali.

Eppure, chi come me prova a descrivere e divulgare questi aspetti, si ritrova spesso mal giudicato, forse deriso e sicuramente ostacolato da chi, forte di un potere illusorio e subordinato al popolo che di tal potere investe i suoi governanti, si permette di giudicare senza conoscere né i motivi che spingono uno studioso del folklore a richiedere le autorizzazioni necessarie per approfondire una data leggenda, né l’eventuale sfruttamento economico che egli potrebbe ottenere da tali studi.

In altre nazioni, infatti, dal folklore si è creata l’economia alla base della società, divulgando contemporaneamente le bellezze artistiche, architettoniche e letterarie del territorio. Lo studio del folklore, se correttamente intrapreso, è utile soprattutto a salvaguardare beni storico architettonici, grazie all’accrescimento dell’interesse collettivo sugli stessi.

Quello che si propone di fare il portale pugliafolklore.it, del quale sono gestore e che fortunatamente conta migliaia di visite di persone serie, colte, ed interessate. Ho deciso di andare avanti con gli studi personali su tali materie solo a seguito del successo del mio libro “Puglia Misteri & Leggende”, che mi ha aperto gli occhi sulla necessita di riavvicinare le persone a queste tematiche, argomenti che fanno parte del nostro vissuto, della vita dei nostri nonni e bisnonni, del nostro DNA.

Nei prossimi mesi saranno organizzati diversi convegni pubblici nei quali saranno discussi proprio questi interessanti argomenti, con serietà ed onestà intellettuale, nei quali spero che coloro che decidano di partecipare siano partecipi e protagonisti, dialogando con il sottoscritto.

In tal modo potremmo tutti riunirci, se pur per minima parte, alle nostre origini, ritrovare noi stessi, apprendere insieme leggende che sono quasi dimenticate e salvaguardarle preservandone le memorie.

Perchè dunque il folklore è così importante? Il termine folclore, o folklore dall’inglese folk (popolo) e lore, (sapere), si riferisce all’insieme della cultura popolare, intesa come (sapere popolare), conoscenze tramandate spesso oralmente e riguardanti usi e costumi, miti e leggende, con riferimento a una determinata area geografica ed una determinata popolazione.

L’origine del termine  viene attribuita allo scrittore inglese William Thoms (1803-1900) che, con lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla rivista letteraria londinese Athenaeum, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che si riferisse a tutti gli studi sulle antiche tradizioni popolari inglesi.

Il termine fu accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate “tradizioni popolari”.

«Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso». (Claude Lévi-Strauss)

Il folklore, in particolare i miti ed i loro intrinsechi significati, furono oggetto di studio del famoso antropologo Claude Lévi-Strauss, da cui la citazione sopra riportata. In particolare nella sua opera “Mito e significato”, l’antropologo francese non considera i miti esclusivamente come“elementi primitivi”, un prodotto della superstizione, egli ci vede qualcosa di estremamente più importante.

A mio modesto parere, lo studio delle antiche tradizioni, conservate dalla saggezza popolare e tramandate in differenti modi e con differenti linguaggi, rappresenta un tesoro inestimabile.

Quante popolazioni hanno camminato sul suolo che oggi chiamo Puglia?
Quanti racconti, questi uomini, hanno narrato ai loro figli?
Quali speranze avevano per il futuro?
Quali erano le loro aspettative per la razza umana?
Come intendevano rapportarsi con la natura?
Queste ed altre domande, tantissime altre, sono proprio la base sulla quale oggi si erge il folklore, facente riferimento proprio a tentativi di dar risposta a tali quesiti.
Cosa ci insegna il folklore?

A quanti riescono a percepire il suo mistero al di la del suo fascino, il folklore insegna a vivere su questo pianeta accettando la condizione umana, spiegando come questa possa raggiungere livelli elevati o precipitare nel baratro più oscuro.

Il folklore lascia una traccia di vita vissuta, una registrazione che solo le menti più aperte possono riprodurre. Quando ciò accade, l’uomo si ritrova catapultato “indietro nel futuro” (citando una battuta del noto film “Ritorno al futuro”), si ritrova cioè in epoche che solo apparentemente rappresentano il passato, in quanto raggiungendole successivamente alla loro comprensione, decodificazione simbolica, esse rappresentano effettivamente un futuro.

Questo articolo non è casuale, non mera pubblicità ma una dichiarazione sincera, una richiesta alle istituzioni ed ai pugliesi tutti. Alle istituzioni perchè comprendano l’importanza delle tematiche appena descritte.

Ai pugliesi, perchè non dimentichino mai che ogni dottore proviene da un umile ed onesto contadino che alle storie oggi disprezzate e derise credeva fermamente.

(Appello di Mario Contino)

 

Auuì Fritt, o, Ulie fritte – Olive Fritte pugliesi

immagine internet

Si tratta di una tipica ricetta pugliese, un antipasto economico e gustoso.
Olive fresche, raccolte dall’albero durante la maturazione, peperoncino e ottimo olio extravergine di oliva. Questi sono gli ingredienti principali per questa antichissima ricetta contadina.

La varietà di olive che più si presta a questa ricetta sono le olive nere conosciute come “Nolche” o “Olive Dolci”.

La preparazione è semplicissima, si lavano le olive e le si friggono in olio EVO, con un pezzettino di peperoncino e sale (alcuni aggiungono uno spicchio di aglio e qualche pomodorino, in base alla zona).

Quando le olive sono cotte, si ammorbidiscono, sono pronte per essere servite, magari con un crostino di pane

 

 

Paparina n’fucata dal Salento

La cucina salentina, quella autentica delle nostre nonne, sfrutta essenzialmente ingredienti poveri per dar vita ad un’apoteosi di sapore e gusto. Uno degli ingredienti è la pianta del papavero rosolaccio (Papaver rhoeas), la paparina, così chiamata nel dialetto locale.

Questa pianta ha un sapore leggermente dolciastro e nasce spontaneamente nei campi incolti. Risulta essere addirittura infestante e fastidiosa nei terreni destinati alla piantagione di grano, tanto da venire spesso estirpata.

Per la cucina salentina, la pianta viene raccolta prima della fioritura e la ricetta tipica è nota come “paparine ‘nfucate“, cioè saltate in olio d’oliva con aglio, olive nere e peperoncino.

 

Il bambino fantasma di Leuca

di MARIO CONTINO – Sono molte le leggende legate al mare, anzi ai mari pugliesi, spesso derivanti da storie vere di cronaca, altre volte originate nella notte dei tempi e tramandate verbalmente nell’intenso folklore regionale.Quella che oggi riporterò a galla appartiene senza dubbio alla seconda delle categorie sopra riportate ed ha per protagonista un fantasma, un bambino che piangerebbe disperato in cerca di risposte che probabilmente non potrà mai ricevere.
Nel basso Salento, precisamente nel Capo di Leuca, sono molte le scogliere a picco sul mare, queste rendono la zona più collinare che pianeggiante.
Durante le burrasche dovute al forte vento che spesso spazza la nostra regione, il mare schiaffeggia gli scogli e l’atmosfera diventa surreale, magnificamente spettrale, in grado di suscitare sentimenti contrastanti e misti tra la meraviglia ed il terrore.
Si narra che, in un non ben specificato punto nel territorio di Leuca, una giovane donna si innamorò di un Saraceno, giunto nel Salento durante uno dei frequenti assalti che insanguinavano la nostra penisola.
La donna, che divenne presto motivo di vergogna per la sua comunità, partorì il bambino che aveva in grembo e lo lanciò in mare per lavare quel “peccato”, forse per amore stesso, per impedire che quel piccolo vivesse in un mondo non suo, che lo avrebbe odiato e non accettato, che lo avrebbe condannato senza possibilità di replica.
Da quel momento però, durante le notti tempestose, molti affermano di aver sentito le urla, i pianti strazianti di un neonato, ancora in cerca di un perché.

 

 

Pianti terrificanti nella “Casa dell’impiccato” – Grottaglie.

di Mario Contino – Molte leggende su presunte infestazioni spiritiche, traggono origine da storie realmente e quasi sempre dal tragico epilogo.
In Puglia esistono molte leggende su varie abitazioni che, nel corso degli anni, hanno assunto il nome di “Casa dell’impiccato”, inutile spiegarne il motivo in quanto abbastanza evidente.
Una di queste abitazioni si trova a Grottaglie (TA)

Nella periferia di questa graziosa cittadina, famosa per il suo artigianato legato alla lavorazione della ceramica artistica, è possibile rintracciare un vecchio rudere, un edificio pericolante noto come “Casa dell’impiccato”.
Secondo la leggenda, questa casa sarebbe infestata e ogni anno, il 5 Maggio, si udirebbero urla strazianti e il pianto disperato di un bambino.
I fenomeni si manifesterebbero anche in altre date, ma in quella sopra riportata sarebbero più evidenti e terrificanti.
La casa sarebbe stata abitata intorno agli anni settanta, periodo nel quale l’intera famiglia venne sterminata dall’insicurezza e dalla follia umana.
La leggenda narra che fosse abitata da tre persone: marito, moglie e figlioletto di pochi mesi (di pochi anni secondo altre versioni).
La notte del 5 Maggio, l’uomo fu colto da una crisi di gelosia, credendo che la moglie lo stesso tradendo con altro uomo, decise di ucciderla, poi si tolse la vita impiccandosi nell’abitazione.
Il bambino morì di fame dopo pochi giorni, una morte orribile in perfetta solitudine.

Nel corso degli anni molti avrebbero testimoniato gli strani eventi sopra riportati, tanto che la casa fu benedetta diverse volte e qualcuno l’avrebbe anche bruciata sperando di purificarla dagli influssi ritenuti demoniaci (sempre secondo la leggenda che viene narrata in “troppi” modi differenti)
Non ho indagato sul luogo e non potrei mai giudicare una leggenda simile senza uno studio sul campo, con i miei metodi ed i miei tempi.
Posso però citarla tra le leggende Pugliesi più affascinanti ed inquietanti.

Angelica, il fantasma del castello De Falconibus (Pulsano)

di Mario Contino – Il giorno 15/05/2013, insieme agli altri membri dell’Associazione Italiana Ricercatori del Mistero, decisi di indagare su una delle leggende più affascinanti della nostra Regione: Il presunto fantasma di Angelica che, a detta di molti testimoni, vagherebbe ancora in cerca di pace, tra le mura del bellissimo Castello De Falconibus di Pulsano (TA)
Una donna giovane vestita di bianco e con i capelli biondi, così la leggenda vorrebbe che lo spettro appaia nelle notti di luna piena all’interno dell’antico maniero.

Angelica, alla quale si attribuisce l’identità del triste fantasma, sarebbe la figlia unica di Renzo De Falconibus, l’antico signore del posto, nato a Pulsano nel 1286 e morto in battaglia nel 1326 nel nobile tentativo di difendere la sua gente dalle orde africane e pagane.
La battaglia, nella quale lo stesso perse la vita, fu tanto sanguinosa che la zona costiera sulla quale si disputò viene tutt’oggi ricordata come “Terra rossa”, in ricordo del sangue versato dai guerrieri di entrambi gli schieramenti.
Sua figlia Angelica, ai tempi appena Diciottenne, rimasta ormai orfana e priva di protezione, venne prima imprigionata, poi decapitata e il suo corpo gettato nella torre del castello.

Alcuni riferiscono di strani pianti, altri di aver visto la figura evanescente della stessa Angelica, muoversi furtiva sulle terrazze del castello ( motivo che gli conferisce il nome di “dama a mezzo busto”, in quanto dal parapetto del terrazzo si sarebbe vista solo la porzione del busto dalle gambe in su), sta di fatto che la leggenda è certamente tra le più popolari e conosciute.
Insieme al mio team ci siamo recati all’interno del maniero, armati di tutta l’attrezzatura utile ad effettuare questo genere di ricerca, ossia a cercare prove tangibili e scientificamente rilevanti sulla reale presenza di attività paranormale.
Abbiamo effettuato lunghi rilevamenti ma, con un po’ di rammarico, non siamo riusciti a registrare nulla che potesse confermare l’esistenza del fantasma nel sito, almeno non nell’arco temporale in cui abbiamo operato.

Personalmente ho assistito a registrazioni di strani campi elettromagnetici in quel posto e visto, in lontananza, un ombra muoversi velocemente, li dove non aveva ragione d’essere in quanto nessuno era presente. Prove non registrate in video e quindi non utilizzabili in un dibattito serio ma sufficienti per convincere il sottoscritto che, forse, nell’affascinante Castello De Falconibus, la presenza di Angelica sia qualcosa in più di una semplice leggenda popolare.
Un sito che merita certamente di essere visitato, con l’attenzione di un accademico e gli occhi di un bambino.

La leggenda della sirena Leucasia

di Mario Contino – Chi non ha mai sentito parlare delle sirene?

Nelle storie riguardanti le gesta di Ulisse queste sono ben descritte, così come in tanti altri importanti racconti, un po’ meno conosciuta è la storia relativa alla sirena Leucàsia creata da Carlo Stasi nel 1992 ed erroneamente entrata a far parte delle leggende popolari.
Si narra che nel tratto costiero che si affaccia nell’incantevole Adriatico, tra Castro e Santa Maria di Leuca, su un isolotto nel mare vivesse una splendida dall’aspetto bianchissimo da cui deriverebbe il suo nome : Leucàsia dal greco “leukòs” = bianco.
Il carattere di questa sirena rispecchiava quello di tutte le altre rese famose in altre leggende e racconti, con il suo meraviglioso canto attirava e seduceva i marinai ma anche coloro che dalla costa avessero avuto la sfortuna di ascoltarla e vederla, ovviamente il suo obiettivo ultimo era l’uccisione dei malcapitati.
Un giorno un giovane pastore dal nome Melisso si trovò a far pascere le sue bestie nelle vicinanze della costa e la sirena, vedendo il suo bell’aspetto, provò a sedurlo con il suo ipnotico canto. L’amore che Melisso provava per la sua bella Arìstula era però puro e troppo forte da poter essere spezzato da qualunque magia, così il ragazzo resistette alla sirena e si allontanò.
Leucàsia, che certamente non poteva comprendere il potere ed il significato del vero amore, indispettita dal rifiuto si pose l’obiettivo di vendicarsi sul ragazzo e quando vide i due giovani scambiarsi tenerezze sugli scogli, scatenò un violento temporale ed un vento violentissimo, li fece precipitare dall’alta scogliere provocandone la morte. La sua perfidia non si limitò a questo, non poteva accettare che i due stessero insieme neppure dopo la loro morte, separò per sempre i loro corpi posandoli sulle punte opposte del golfo.
La malefatta non passò totalmente inosservata, la dea Minerva vide tutto e si impietosì d’innanzi ad un così puro amore distrutto da un così malvagio e crudele atto. Decise allora di pietrificare i corpi di Melisso e Arìstula concedendo loro di conservarsi per l’eternità e ricordare a tutti la bellezza ed il potere di un vero amore, tanto grande da far muovere una vera Dea.
Quelle pietre diventarono da allora la punta Meliso e la punta Ristola che se pur non potranno mai toccarsi, vivranno in eterno il loro amore platonico, contemplandosi l’un l’altra. Leucàsia fu punita per il sui folle gesto, la Dea la pietrifico ed alcuni sostengono che il suo corpo fu usato per edificale la città di Leuca, dalle costruzioni in pietra bianchissima.

Autore della leggenda: Carlo Stasi 1992

Scapece gallipolina

Questo piatto ebbe la sua origine nel periodo in cui Gallipoli, città marinara, era costretta a subire gli assedi da parte delle potenze mediterranee. Per scongiurare la fame era necessario rifornirsi di cibo da conservare per molto tempo e il pesce, abbondante nei mari intorno alla città, si prestava a questo uso.

Infatti l’ingrediente principale della scapece è il pesce che viene fritto e fatto marinare tra strati di mollica di pane imbevuta con aceto e zafferano all’interno di tinozze chiamate, in dialetto gallipolino, “calette”. Lo zafferano dona al piatto il colore giallo che lo rende caratteristico.

Oggi la scapece viene servita come specialità gastronomica nei ristoranti ed è un prodotto tipico delle feste patronali nel Salento.

Ingredienti

Pesce di varie qualità e ridotte dimensioni (boghe dette “ope”, zerri detti “pupiddhri” o altro)
olio per friggere
farina
aceto
zafferano
mollica di pane (pagnotta)

Preparazione

Nella scapece gallipolina il pesce non viene pulito prima di essere fritto a causa della quantità e della dimensione ridotta delle specie di pesci utilizzati. Mantenere la lisca del pesce potrebbe sembrare strano ma questa viene ammorbidita e resa commestibile con la marinatura in aceto. Va precisato che ci sono più tipi di scapece gallipolina, differenti tra loro per il tipo di pesce utilizzato, per questo, prima della frittura, i vari tipi di pesci vengono “scucchiati”, cioè separati, secondo la specie. I pesci fritti vengono disposti, a partire dal fondo della tinozza, a strati alternati con la mollica di pane imbevuta con l’aceto in cui è stato sciolto lo zafferano. La mollica che si utilizza è quella della pagnotta. La forma di pane viene privata della crosta e tagliata a metà, le varie metà vengono poi strofinate su uno strumento detto “crattacasa”, una grande grattugia formata da un semicilindro di acciaio largo mezzo metro sulla cui superficie sono stati praticati dei fori, simili a quelli di una grattugia da formaggio, larghi circa un centimetro. Una volta che la tinozza è stata riempita fino all’orlo viene sigillata con un foglio di plastica e messa a riposare in una cella frigorifera.

https://it.wikipedia.org/wiki/Scapece_gallipolina

I misteri di Castel del Monte – Andria

 di Mario Contino – Ho sempre sentito parlare del famoso Castel del Monte, sito nel territorio di Andria, nell’affascinante e misteriosa Puglia.

Qualche giorno fa, approfittando delle festività pasquali, mi sono recato presso il sito sopracitato, da curioso turista, senza pregiudizi e con tanta voglia di capire il perché delle mille voci che interessano quella che è definita come la dimora in cui, Federico II, soggiornava durante le lunghe battute di caccia.

Messomi in viaggio, con piacevole compagnia a seguito, ho subito notato che la vegetazione andava via via facendosi più folta e rigogliosa man mano che il navigatore satellitare ci indicava il raggiungimento prossimo della meta.

Casualità?
Non credo molto nel caso, ma ho preferito archiviare questo particolare per non influenzare un mio eventuale successivo giudizio.
Dopo circa 20 minuti di viaggio, eccolo li, maestoso, solo, quasi in contemplazione sul paesaggio verdeggiante di cui sembra eterno custode, Castel del Monte.
Un ottagono stupendo e suggestivo, posizionato su un altura, privo di fossati o altre strutture che possano far pensare allo stesso come fortezza o presidio militare.
Dotato di 8 torri, anch’esse ottagonali, un gioiellino riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’umanità dall’UNESCO, nel 1996.

Come già accennato, è convinzione comune che questo castello fosse la dimora in cui Federico II dimorasse durante le battute di caccia, sta di fatto che la sua struttura, negli anni, ha convinto molti studiosi che ben altre funzioni avrebbe dovuto rivestire la struttura, funzioni che forse continua a svolgere tutt’ora.

Partiamo con l’accennare qualcosa sull’ottagono, figura geometrica alla base dell’architettura di Castel del Monte.
L’ottagono risente dei significati esoterici simbolici collegati al numero 8, rappresenta il doppio quaternario e nell’insieme, l’equilibrio delle energie cosmiche.
È anche una figura associata all’acqua ed agli antichi riti di fertilità riconducibili alla Grande madre, tradizionalmente legata al pianeta Venere, quest’ultimo compie il suo ciclo di fasi in 8 nostri anni.
Considerandolo come rappresentazione geometrica del numero 8, assume il significato di infinito, lo stesso rappresentato dal segno 8 disposto in maniera orizzontale.

Prendendo in esame solo quanto detto poc’anzi, possiamo notare alcune importanti chiavi di lettura:
Infinito;
Fertilità;
Equilibrio di energie cosmiche.
Siamo sempre convinti che questo fantastico esempio di architettura umana, sia solo la dimora del sovrano durante il periodo delle battute di caccia?

Secondo alcune ipotesi, Federico II aveva ottime conoscenze esoteriche, consapevolezze che lo spinsero a volere l’edificio ottagonale, forse ampliando un tempio preesistente, anch’esso su base ottagonale.
In relazione a quanto su detto, si ipotizza che l’intero edificio fungeva come base per particolari pratiche alchemiche, forse per raccogliere, in determinati momenti dell’anno, dell’acqua molto particolare e pura, carica di energie ancestrali.
È infatti noto che l’acqua, allo stato aeriforme, si innalza verso il cielo per caricarsi delle energie dell’Etere, energie cosmiche. Successivamente ricade sulla terra per arricchire il suolo di tali energie.
Altre ipotesi, vogliono il castello quale osservatorio astronomico, o ancora come tempio in cui celebrare particolari riti esoterico-iniziatici.

Bisogna ricordare che da tempi immemori l’uomo si è avvalso delle sue capacità extrasensoriali o le sue conoscenze esoteriche, per individuare zone del pianeta che avessero delle speciali caratteristiche energetiche.
Questa ricerca diventava scrupolosa quando l’intento era quello di costruire un tempio, un luogo sacro nel quale avere un contatto ravvicinato e forte con la divinità.
La rabdomanzia, ad esempio, era un arte che permetteva all’iniziato di individuare corsi d’acqua sotterranei e stabilire i livelli energetici posseduti dagli stessi.
Questi fiumi antichi e nascosti, incanalavano le energie e permettevano alle stesse di estendersi in ogni parte del pianeta, ovviamente le zone che sorgevano al di sopra degli stessi, risentivano di più dell’azione energetica.
Occorre dare anche qualche accenno sulle “linee Sincroniche”, grandi flussi di energia in grado di catalizzare le forze presenti nel cosmo, possono scorrere al di sopra o al di sotto della superficie terrestre e, secondo alcuni, influenzano anche il nostro DNA, in maniera ad oggi sconosciuta e non provata.

In questi particolari luoghi sorgono, sin dagli arbori della storia, importanti monumenti ed edifici sacri, quest’ultimi avrebbero lo scopo di amplificare il livello energetico prodotto durante determinati rituali e, forse, entrare in relazione con altri luoghi costruiti sulle stesse basi strutturali ed architettoniche, sfruttando le energie naturali del suolo.
Proprio grazia a queste energie, ben incanalate per via di particolari strutture architettoniche, sarebbe possibile una sorta di collegamento tra cielo e terra, tra terreno e Divino.

Abbiamo dunque intuito che l’acqua svolge un ruolo particolare, essa e conduttrice di energia e gli uomini, o per lo meno uomini istruiti in tal senso, hanno presto imparato a sfruttare tali forze.

Cosa centra in tutto questo Castel del Monte?

Secondo alcuni, questo castello sorgerebbe proprio i un punto di “massima energia”, su una famosa “linea sincronica” che collegherebbe anche la Piramide di Giza e Chartres.

Personalmente non so a quale ipotesi dare più importanza, so solo che all’interno dello stesso si è immersi in una pace surreale, una piacevole sensazione di serenità pervade il corpo ed i cattivi pensieri quotidiani sembrano non poter venire a galla.

Castel del monte merita veramente l’attributo di “Luogo misterioso”.