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Il mito del Diluvio Universale e l’Arca di Noè

Una delle storie più affascinanti ed inquietanti della Bibbia è, senza ombra di dubbio, il mito del “Diluvio universale”.
Da sempre appassionati ricercatori da tutto il mondo hanno cercato le prove che potessero avvalorare la tesi secondo la quale questo cataclisma sia realmente avvenuto, dunque per trasportare la leggenda nei libri di storia ufficiali, per quanto io personalmente continui a ritenere questa storia solo la punta dall’iceberg.
Nel 1949 un aereo americano da ricognizione sorvolava la Turchia per tener sotto controllo i confini con l’Unione Sovietica, nel pieno della famosa “guerra fredda”.
Sorvolando il monte Ararat ci si accorse di una sorprendente “anomalia”, un oggetto insolito che attirò l’attenzione dei militari e che venne subito fotografato e analizzato perché “troppo lineare per essere naturale. Non ci volle troppo tempo perché si iniziasse ad ipotizzare che si trattasse della legendaria Arca di Noè, il mitico vascello costruito su indicazione di Dio stesso e che fu il mezzo grazie al quale l’essere umano sopravvisse, con gli animali, al diluvio universale.
Furono scattate 6 foto in quell’occasione e vennero tutte declassificate nel 1995 grazie al Freedom of information Act, quindi inviate a Porcher Taylor, professore della University of Richmond, presso il Center for Strategic and International Studies di Washington. Si tratta di un’istituzione specializzata nello studio delle informazioni ottenute via satellite quindi altamente qualificata per poter studiare lo strano e specifico caso.
In breve tempo il Prof. Porcher Taylor divenne uno dei più accaniti sostenitori della teoria secondo la quale, l’oggetto delle fotografie, sarebbe potuto essere proprio l’Arca di Noè citata nella Bibbia.
La zona interessata, sul monte Ararat, è però ancora oggi di pertinenza militare e per questo motivo ogni tentativo di studio sul campo venne ostacolato per  ragioni di riservatezza.
Genesi 8; 1-5
[1]Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. [2]Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; [3]le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. [4]Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. [5]
A mio parere qui occorre valutare due ipotesi:
  • La prima e più semplice è quella di recepire il testo sacro quale verità assoluta ed ergo, per logica, sostenere coloro che appoggiano la tesi del ritrovamento dell’Arca sul monte Ararat.
  • La seconda è quella di credere alla macchinazione atta ad una distrazione dal reale, ossia al voler fornire una prova che potesse spingere l’uomo a ripensare al testo sacro con mente differente. Visto che il racconto fornisce il nome esatto di un monte (che poi vorrei capire come fu identificato nel biblico racconto in assenza di mappe geografiche e punti di riferimento in un territorio completamente trasformato dal cataclisma divino) è logico supporre che qualcuno abbia fornito l’equazione partendo dal risultato, ossia che qualcuno abbia voluto il ritrovamento proprio li dove sarebbe dovuto avvenire.
Questo ritrovamento, o presunto tale, sembra però contrastare con altre leggende di natura religiosa.
Una di queste è di origine Armena ed è legata ad un monaco che avrebbe tentato per molti mesi di scalare il monte Ararat alla ricerca dell’Arca:
  • Il monaco Giacobbe, lasciato il suo monastero, si mise a scalare il monte convinto di poter ritrovare la preziosa reliquia che avrebbe confermato il racconto biblico.
    La leggenda narrava che Dio avesse impedito agli uomini di scalare il monte sacro e che l’arca apparisse solo per volere divino a pochi prescelti. Giacobbe però incurante dell’avvertimento tentò la scalata affrontando il gelo ed i mille pericoli della montagna, privo di mezzi idonei al compimento dell’impresa. Dio allora gli mandò un Angelo per convincerlo a desistere ma il monaco, lodando il suo Dio, non volle arrendersi. Così Dio fece in modo che ogni qual volta il monaco si fosse addormentato si sarebbe risvegliato ai piedi dell’Ararat. Giacobbe non si arrese e continuò a tentare fino a conquistare Dio che volle premiare la sua cocciutaggine inviandogli un Angelo con l’incarico di donargli un pezzo di legno dell’arca.
    Il monaco questa volta ringraziò Dio e portò il legno in quello che oggi è uno dei più grandi monasteri del luogo.
Recenti spedizioni scientifiche hanno avuto l’obiettivo di cercare traccia del Diluvio Universale nei fondali del Mar Nero, analizzando il suolo al di sotto di questo.
Tantissimi secoli fa il Mediterraneo ed il Mar Nero si trovavano a livelli differenti, il primo era ad un livello superiore, separato dal secondo da una catena montuosa che potremmo immaginare come una diga naturale costretta a sopportare un immensa pressione (il Bosforo). Alla fine la “diga” dovette cedere e si scatenò uno dei cataclismi più violenti della storia del pianeta.
Questo mare, termine quasi improprio, riceve una notevole quantità di acqua dolce dai tantissimi fiumi che in esso si riversano, tanto che la sua salinità è nettamente inferiore a quella del Mar Mediterraneo, eppure da alcuni carotaggi si è scoperto che in alcune epoche si depositarono sui suoi fondali molluschi la cui vita sarebbe legata agli oceani o ai mari salati, quindi una prova in più a sostegno dell’immane cataclisma sopra descritto.
La leggenda di Noè non è certo un mito esclusivo della Bibbia, quasi certamente in essa convogliarono leggende antiche appartenenti a differenti culture.
Molti sostenitori dell’impossibilità umana del realizzare, all’epoca, un vascello come quello descritto nella Bibbia, fondano le loro ragioni principalmente su 2 fattori:
  1. la mancanza di tecnologia adatta,
  2. la carenza strutturale, asseriscono anche che moderne imbarcazioni forse non avrebbero potuto resistere alla furia di un cataclisma come quello narrato dal biblico racconto.
A tal proposito si effettuò uno studio con modelli ridotti in scala, riproducendo il vascello secondo le indicazioni bibliche e ponendolo in vasche appositamente create per riprodurre le eventuali condizioni marine nel momento dell’ipotetico diluvio. A differenza di ciò che tutti ipotizzavano, l’arca si dimostro eccezionalmente utile allo scopo, in condizioni simulate di onde alte anche 600 m (in scala) l’arca si dimostrò inaffondabile e stabile, capace di ritornare in posizione ottimale anche a seguito di inclinature di 90°.
L’arca era lunga 115 m, larga 22 m, alta 13 m, un’imbarcazione colossale.
Nel 1902 si diffuse un’altra storia che sembrava essere particolarmente interessante al fine dello studio sull’arca in relazione al monte Ararat.
Un bambino armeno di 8 anni dichiarò di aver non solo visto l’arca in condizioni climatiche favorevoli ma, insieme a suo zio, di esserci salito sopra scalandola grazie ad una scala provvisoria costruita utilizzando le rocce circostanti (dato questo a mio avviso molto al limite del credibile)
Arrivato in cima avrebbe notato un foro ed aperture simili a finestre ma non sarebbe riuscito a vedere nulla della struttura interna poiché troppo buia.
Non si potrebbe certo provare la veridicità di questa testimonianza ma secondo alcuni esperti è possibile che un prolungato periodo di siccità avesse potuto causare anche lo scioglimento delle nevi che normalmente nasconderebbero l’imbarcazione alla vista dell’uomo.
Abbiamo citato altre culture contemplanti il mito del diluvio e dell’arca, bene, tra queste la più sorprendente è a mio avviso quella Sumera.
Il mito sumero dell’epopea di Gilgamesh narra di un antico Re di nome Utnapishtim che fu invitato dal suo Dio (Enki) a costruire un battello servendosi del materiale del quale era edificata la sua casa, in questa “arca” avrebbe potuto salvarsi dal diluvio. Di questa antica storia esistono diverse versioni, anche se tutte molto simili tra loro.
 
Volendo analizzare un racconto teoricamente più vicino, a livello teosofico, a quello Bibblico ebraico, citerò il mito narrato nel Corano, quindi appartenente alla religione islamica.
Il Corano racconta una storia simile a quella ebraico-cristiana nella quale le maggiori differenze sono nel fatto che Noè sarebbe entrato nell’arca con pochi suoi seguaci, mentre suo figlio (uno dei quattro) e sua moglie rifiutarono di entrare credendo di poter affrontare il diluvio. Ovvio che la similitudine è dovuta al fatto che questa religione è derivazione della più antica ebraica.
In Cina, patria di un antichissimo popolo, esistono differenti leggende sul diluvio, tutte però concordano nel definire le acque alte a tal punto da toccare il cielo.
Inutile citare tutti i miti sul diluvio poiché ritengo che possano essere descrittivi di situazioni differenti, alcuni potrebbero descrivere inondazioni avvenute in aree geografiche al ridosso delle coste o dei grandi fiumi, che avrebbero potuto interessare il “mondo allora conosciuto” (aree geografiche esplorate o isole circoscritte) e non l’intero pianeta come invece si è creduto.
Il diluvio potrebbe essere stato necessario, al nostro creatore ma forse sarebbe opportuno parlare di creatori al plurale, per porre fine ad un progetto umano fallito, ossia non sfociato nel risultato sperato o desiderato.
In tale ottica potrei citare non solo un diluvio come evento unico ma diversi diluvi, messi in atto in ere differenti e per differenti razze umane intese quali creazioni specifiche, esemplari in un enorme laboratorio di studio.
Se così fosse non è da escludere che un evento simile possa ripetersi, non posso ipotizzare quale potesse essere lo scopo dell’eventuale esperimento-uomo iniziale, né l’aspettativa dei creatori, però dubito sia inerente all’attuale condizione umana che potrebbe invece essere l’ennesimo fallimento da “terminare”.
Il mito del diluvio e dell’arca non è da sottovalutare, non è neanche da venerare, è invece da capire, sviscerare nei minimi dettagli, giungere il più vicino possibile a scoprire la genesi di una leggenda che potrebbe aiutarci a comprendere gli errori che forse, per l’ennesima volta, non saremo in grado di evitare.

Il Carnevale tra sacro e profano

Fischi, scherzetti tra amici, maschere di vario tipo, carri allegorici spesso opere di estrema bellezza e fatica dei più bravi maestri cartapestai, tante risate e l’idea del “tutto è concessi”. A carnevale ogni scherzo vale, recita un’antico “detto” popolare che nel periodo i fanciulli sono soliti ripetere dopo le numerose marachelle compiute.
Quanti di noi sono consapevoli di cosa si celi dietro le origini di questi festeggiamenti che, a differenza delle feste natalizie appena passate e della Pasqua che fa capolino all’orizzonte, sembrano non avere nulla a che fare con la sacralità?

Il nome Carnevale, dal Latino “Carnem Laxare”, è probabilmente collegato all’ordine ecclesiastico di astenersi dal consumare carne per tutto il periodo di Quaresima, la festa infatti ha inizio il 17 Gennaio è termina il Martedì Grasso, giorno che precede il Mercoledì delle ceneri, ossia primo di Quaresima.

Si hanno riferimenti importantissimi che testimoniano la presenza di questa festa già in periodo Medievale, i documenti citano atteggiamenti disinvolti, danze scatenate, abbuffate e vere e proprie orge che spesso venivano praticate anche in luoghi pubblici..
Le maschere servivano probabilmente per nascondere la propria identità in modo tale da poter prender parte ad atteggiamenti che spesso cadevano negli eccessi, senza pregiudicare lo status sociale. In questo modo si dava sfogo ai desideri più estremi, soddisfare i desideri carnali, prima del periodo della quaresima che sanciva numerosi divieti, il digiuno ecc..

A ben riflettere questa festa sembrerebbe avere molto in comune con i festeggiamenti che nell’antica Grecia venivano istituiti in onore del Dio Dionisio, e con i festeggiamenti romani in onore del Dio Saturno, quindi possiamo dedurre che anche il Carnevale conserva ancora chiari riferimenti al paganesimo pre-cristiano.
Nell’antico impero Romano, i saturnali (così chiamati i festeggiamenti in onore del Dio Saturno) erano molto sentiti e radicati nella cultura popolare.
Si trattava di feste che quasi sempre scaturivano in orge sfrenate, in cui i ruoli erano sovvertiti ed i servi spesso riuscivano a farsi ubbidire dai padroni. Persino l’imperatore, mascherato anche egli a dovere e con umili abiti, si univa sovente alle orge ed ai festeggiamenti, mischiandosi per un giorno al popolo.
Con l’avvento del Cristianesimo tutto mutò velocemente, Papa Gelasio (492-496) ottenne dal Senato di Roma l’abolizione delle feste pagane, tra le quali anche quella sopracitata.
Il popolo però non riuscì mai a staccarsi completamente da quella ricorrenza e, se pur con atteggiamenti più composti, la tradizione si è tramandata nel corso dei secoli, probabilmente trasformandosi nell’odierno Carnevale.

In Puglia è famosissimo il Carnevale di Putignano, uno tra i più antichi d’Italia, giunto alla 624^ edizione nel 2017. Carri allegorici in cartapesta e festeggiamenti in grado di attirare turisti da tutta Italia, questa festa dall’antichissima origine è oggi una vera e propria risorsa economico-culturale per la nostra regione.

Sacro e profano, ancora una volta, sembrano mescolarsi per dar vita a qualcosa di bello e in grado di superare secoli e restrizioni, a maggior conferma di quanto sempre citato dagli antichi saggi: “La perfezione è nel perfetto equilibrio tra gli opposti”

AGROSALENTO
CHI SIAMO
L’azienda nasce dall’idea di valorizzare i prodotti del nostro territorio . L’olio d’ oliva, ad esempio , definito l’oro verde ,il prodotto che da secoli caratterizza il salento, rendendolo uno dei maggiori produttori di extravergine di altissima qualità. Vi sono diversi tipi di olio d’oliva in base alle varie cultivar , ma anche dall’utilizzo che si vuole fare. Inoltre vi deliziamo con altri protagonisti ,come ad esempio le famose frise , i deliziosi taralli adatti per ogni tipo di aperitivo, i sott’oli e i sottaceti. La nostra politica è quella di farvi conoscere il sapore del Salento attraverso una selezione accurata di ogni singolo prodotto. Ciò che arriva sulle vostre tavole sono prelibatezze della terra, coltivate e seguite con passione e dedizione , acquisendo tutta l’essenza di una terra forgiata dal mare, dal sole e dal vento, in un’unica parola , Salento.

Misteri della Gioconda, evento a Lecce

I misteri della Gioconda, evento a Lecce

Via A. Grandi 56, Lecce
18 Febbraio 2018 – Ore 18,00 circa

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
Cell 3291948173 (anche WhatsApp)
Ingresso € 13,00

Il ricercatore
AGOSTINO DE SANTI ABATI
Autore di numerose pubblicazioni per note riviste specializzate, e del libro dal titolo: “I segreti codici della gioconda”.
Ci svelerà i misteri che si celano dietro questa magnifica opera, capolavoro di un uomo, Leonardo Da Vinci, anch’esso avvolto in un fitto alone di mistero.

Evento a cura di: “Mario Contino Event Planner”
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Il Diavolo nel Salento

di Mario Contino –  Il Diavolo ea un personaggio molto presente nella vita quotidiana degli antichi salentini. Questa presenza costante, dovuta ad una fortissima influenza religiosa, ha influenzato ogni arte, dalla scultura, alla pittura, alla poesia e letteratura.
Lu tentatore (il tentatore), lu nemicu the Diu (il nemico di Dio), lu cifru (contrazione del termine Lucifero), e tanti altri nomi furono attribuiti al diavolo (lu tiaulu), sempre pronto ad innescare liti tra le famiglie, rovinare i raccolti, seminare discordia e chi più ne ha più ne metta.
I nomignoli sopra riportati erano gli unici modi con cui identificare il diavolo, infatti si temeva che pronunciare il termine “tiaulu” o “luciferu” potesse portare quest’ultimo ad apparire improvvisamente, terrorizzando i presenti. A riprova di quanto detto, esiste ancora oggi il “modo di dire”: Nomini lu tiaulu e ni spuntanu le corna (Nomini il diavolo ed ecco che gli spuntano le corna).
Il rapporto tra i salentini ed il diavolo, detto anche “Lu temoniu” (il demonio), è tale da aver originato numerose leggende.
Secondo alcune credenze popolari, ormai quasi del tutto dimenticate, il diavolo abiterebbe nei pozzi o nei ruderi delle antiche masserie, lo si potrebbe ascoltare mentre suonerebbe il suo strumento, un flauto, e vedere mentre sonnecchia tra le pietre possenti dei vecchi ruderi.
Proprio sul flauto io mi soffermerei un istante, il diavolo che nell’immaginario assume un’aspetto caprino, da satiro, e che suonerebbe un flauto, ben ricorda la figura dei fauni, esseri mitologici legati alla natura e che sono spesso raffigurati nell’atto di suonare un flauto.

Sempre il diavolo sarebbe custode di numerosissimi tesori: “le archiature”, che di tanto in tanto potrebbe concedere in dono a persone di mal affare o a personaggi che grazie alla loro astuzia siano riusciti ad ingannarlo, quasi come se questa concessione dovesse rappresentare una sorta di oscura ricompensa, o un segno di rispetto.
Al Diavolo e ai suoi seguaci, i demoni, si attribuiscono numerosissime opere architettoniche o naturali.
A Tricase vi è la famosa “Chiesa dei diavoli”, che si narra sia stata edificata dal demonio in persona, leggenda analoga fa riferimento al “campanile del diavolo”, la famosissima torre sita in Soleto, città della stregoneria.
Nel tratto costiero di Punta Ristola, possiamo rintracciare la famosa “grotta del diavolo”, ritenuta la dimora dell’anima del malvagio Barone di Castro, un uomo che per via della sua cattiveria sarebbe stato dannato in eterno e trasformato in un demone.

In Lecce possiamo riscontrare la leggenda legata alla Chhiesa di San Matteo: La colonna del diavolo. Parrebbe che il demonio, impressionato dalla maestria dello scultore e spaventato dalla folla che tale belleza avrebbe potuto attirare in chiesa, uccise il maestro prima che questi potesse ultimare il lavoro. La facciata della Chiesa, ancora oggi, mostra una delle due colonne poste ai lati del portone di ingresso, non ultimata.
Persino il mal tempo o la grande siccità erano considerate opera “di lu sette corna” (del sette corna), altro appellativo utilizzato per identificare il diavolo.
In passato, durante i violenti nubifragi che non di rado si abbattono nel Salento, le donne erano solite gettare per strada un pezzettino di mollica presa dal pane benedetto il giovedì Santo.
Seguiva un’antica litania:

“Ausate San Giuvanni e nu durmire, ca tre nuvule sta visciu passare, una te acqua, una te ientu, una te tristu e male tiempu. Mannale a ddu nu canta jaddru, a ddu nu luce luna, a ddu nu crisce nuddra criatura”

(Alzati San Giovanni e non dormire, che tre nuvole vedo passare, una e di pioggia, una e di vento, una e di brutto mal tempo. Mandale nel luogo in cui nessun gallo canta, in cui la luna non risplende mai, li dove non cresce nessun essere vivente)

Ancora oggi alcuni anziani, consci dell’antica tradizione, sono soliti ripetere questo antico rituale per “esorcizzare” il mal tempo.
Il diavolo doveva essere esorcizzato ad ogni costo, così gli antichi salentini escogitarono diverse soluzioni tra sacro e profano.
Il 15 agosto, giorno della Vergine Assunta, le donne erano solite partecipare ad un interessante rituale, oggi del tutto estinto.
Ci si segnava cento volte con il segno della croce, dopo ogni segno si recitava un’ave o Maria seguita dai versi che riporto:

Bruttu nemicu, fuscime the nanti!
Nu te la dau, no, l’anima mia,
ca m’aggiu fatte centu cruci sante,
lu giurnu te la Vergine Maria.

(Brutto nemico, sparisci d’avanti a me, non te la darò la mia anima. Ho fatto cento croci sante, il giorno della Vergine Maria)

Questa pratica potremmo definirla una specie di sigillo protettivo che la cultura popolare, il folklore, aveva creato al fine di proteggere i fedeli ed esorcizzare il diavolo.
La cultura salentina dunque, ha da sempre convissuto, al pari della forte fede cristiana, con il forte timore del diavolo e della dannazione eterna delle anime.
Se ancora oggi l’argomento è sentito, non è certo per ignoranza ed arretratezza, ma perchè il popolo salentino, forse più di altri, ha saputo onorare, conservare e tramandare le antiche tradizioni locali.

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L’origine di San Valentino, i Lupercaria

di Mario Contino – San Valentino, il giorno da tutti conosciuto come “degli innamorati”, il 14 febbraio, è da molti atteso e desiderato, da altri odiato. Ma cosa cela in realtà questa data?
Il vero San Valentino, riconosciuta dalla chiesa cattolica, era vescovo e patrono della città di Terni e fu decapitato nel 273 a Roma, all’epoca della persecuzione dell’imperatore Aureliano.
Sembrerebbe fosse conosciuto come taumaturgo: gli si attribuivano cioè capacità miracolose di guarigione. Proprio per tali doti pare che venne chiamato a Roma dal filosofo Cratone che chiese all’uomo di far guarire il figlio gravemente malato, infermo (probabilmente una malattia che limitava i suoi movimento).
San Valentino promise la guarigione del giovane a patto che tutta la famiglia si fosse convertita. Il miracolo avvenne, il giovane guarì e la famiglia si convertì. Allo stesso modo la fama del santo crebbe tanto che l’uomo fu imprigionato e torturato nel tentativo di fargli abbandonare la sua fede.
In seguito, venne decapitazione ed alcuni allievi di Cratone, anch’essi convertiti, portarono la sua salma presso Terni e lo seppellirono. Col tempo la figura del santo si confuse con quella di un altro uomo, anch’egli di nome Valentino, che risulterebbe essere stato un grande benefattore mai canonizzato.
Chiaramente nella leggenda legata al Santo, come credo sia chiaro, non c’è alcun accenno ad innamorati, anzi, come quasi tutte le storie dei santi vi è morte e tortura.
San Valentino fu associato agli innamorati per pura confusione e ciò dipese dal fatto che quando venne diffuso il suo culto, nella specifica data, si era molto vicino l’inizio della primavera nel calendario giuliano in uso all’epoca.
La primavera è la stagione del risveglio dell’attività amorosa negli animali e questo contribuì alla nascita di ulteriori leggende che decretarono San Valentino quale protettore degli innamorati. Una di queste narra che il santo era solito offrire un fiore colto dal suo giardino alle giovani coppie che vi transitavano davanti.
Sembrerebbe, in realtà, che nel 496 d.C., Papa Gelasio I volle porre fine ai Lupercalia, gli antichi riti pagani dedicati al Dio della fertilità Luperco, ovviamente in un modo classico, ossia sostituendo la festa con un rito Cristiano.
I Lupercalia si festeggiavano il 15 febbraio, ed il momento più sentito dei festeggiamenti si aveva quando le matrone romane si offrivano spontaneamente alle frustate di giovani uomini nudi, devoti al selvatico Fauno Luperco, il tutto avveniva per le strade.
Donne e uomini erano nudi, convinti che il rito portasse amore e fortuna; in quest’ottica Papa Gelasio I decise di spostare i festeggiamenti al giorno precedente – dedicato a San Valentino – facendolo diventare di conseguenza il protettore degli innamorati.
Man mano, quindi, il rito pagano venne dimenticato e sostituito da quello cristiano.

Mario Contino
Articolo per: Giornale di Puglia

Leggenda del Santo Graal

Oggi, con il termine “Graal” o “Santo Graal”, si intende semplicemente la coppa usata da Gesù nell’ultima cena, che avrebbe trattenuto il suo sangue, sangue simbolico in quanto vino consacrato.
Eppure approfondendo l’argomento capiremmo che l’origine della leggenda ha in realtà radici storiche ben più antiche, pre cristiane, addirittura celtiche.

Per meglio spiegare il concetto che sto per esprimere, devo prima soffermarmi sull’importanza straordinaria che ha il simbolo del cuore in tutte le culture, antiche e moderne.
Nella religione Cristiana esso assume un importanza primaria nel simbolo del “Sacro Cuore di Gesù”.
Il cuore in realtà altro non è che un organo atto a ricevere sangue e trasmetterlo in tutto il corpo, potremmo affermare che esso sia l’organo più importante affinché la condizione di vita possa sussistere.
Se concepiamo la parola “vita” come atto e dono divino, il cuore diventa l’unione tra il divino ed il materiale, tra energia e materia.

Cosa centra il cuore con il Graal?
La leggenda del Santo Graal, quella che vede in esso radici primordiali e precristiane, potrebbe essere stata trasformata o assimilata nelle teorie o dogmi del Sacro Cuore di Gesù.
Nei geroglifici egiziani, scrittura sacra basata sui simboli, il cuore era raffigurato unicamente con l’emblema di “un vaso”, questo riporta il tutto al mio precedente ragionamento secondo il quale il cuore, come un vaso, raccoglie ed elabora la vita dell’uomo (energia divina o informazione ordinatrice delle funzioni vitali primordiali) unendola con la sua materia (corpo). Il sangue sarebbe il mezzo che trasporta la vita diffondendola nel corpo ed animandolo.
Occorre dunque soffermarsi sulla porzione di leggenda che vede il Graal (coppa) come contenitore del sangue divino. Secondo le varie teorie esso non contenne infatti solo il vino utilizzato da Gesù nell’ultima cena. Parrebbe che Giuseppe d’Arimatea lo utilizzo per raccogliere il sangue misto ad acqua che sgorgava dalla ferita inflitta a Gesù sul costato, dalla lancia del centurione romano.

Ricapitoliamo dunque.

Cuore = Organo che unisce Vita a Materia (Sangue)
Graal = Coppa che unisce il sangue di Gesù (totalmente divino) alla realtà materiale.

Esiste un’altra leggenda sul Santo Graal, forse meno conosciuta ma sicuramente più affascinate.
Questa coppa sarebbe stata intagliata dagli Angeli in una perla staccatasi dalla fronte di Lucifero nel momento della sua caduta negli Inferi.
A mio parere tale smeraldo ricorda in maniera sorprendente la perla frontale che nell’ideologia religiosa Hindù simboleggia il terzo occhio di Shiva.
Questo particolare potrebbe essere riconducibile al fatto che il Graal simboleggia in realtà la conoscenza divina, superiore, e quindi simbolicamente l’eternità. Questa sarebbe concessa all’uomo solo se molto vicino a Dio.
Sempre secondo quest’ultima leggenda, il Graal fu affidato ad Adamo nel paradiso terrestre ma, nel momento della sua punizione, ossia quando questi venne allontanato per disobbedienza a Dio, il calice gli fu tolto.
Ancora una volta il messaggio appare chiaro: se l’uomo si allontana dalla spiritualità (da Dio), la sua conoscenza (Graal) viene meno, questo perché egli viene imprigionato dal mondo materiale allontanandosi dalla sua vera natura di essere ad immagine e somiglianza di Dio, quindi divino.

I fantasmi della Locanda del fu Giovanni, Casarano (Lecce)

 di Mario Contino – La Puglia è custode di molte leggende e misteri, il suo folklore è ancora vivo nel cuore della popolazione e varca i confini regionali fino a giungere a popoli lontani, che ne restano affascinati.
Abbiamo più volte citato leggende inerenti il “fantasma” del cavaliere o della dama, in questo o quel maniero.
Note sono anche le numerose leggende aventi come protagonisti i presunti spettri di monaci e suore, in conventi e monasteri.
Oggi vorrei soffermarmi su una leggenda più unica che narra, probabilmente unica nel suo genere per via della location oggetto della presunta infestazione spiritica, mi riferisco alla celeberrima “Locanda del fu Giovanni”, sita nell’agro di Casarano, in provincia di Lecce.
Si tratta di una seicentesca masseria allestita nel rispetto delle antiche tradizioni, ciò rende il soggiorno unico ed affascinante. Tra piatti tradizionali ed una calorosa accoglienza, si ha la parvenza di essere catapultati in un’epoca remota, gli anni nei quali le masserie e le locande non fungevano solo da luoghi nei quali sfamarsi ma divenivano veri e propri centri di aggregazione sociale e culturale.
Il nome attuale della locanda, nata nella Masseria Palla, è esplicativo della leggenda stessa: “Il fu Giovanni”.
Pare infatti che lo spirito di un fanciullo, Giovanni appunto, faccia notare di tanto in tanto la sua presenza, senza mai essere stato causa di spavento o disagio. Uno spirito buono, come si è suol dire.
Abbiamo chiesto dunque delucidazioni alla proprietaria della locanda, Adriana De Lorenzis, che così ci ha risposto:

«La masseria Palla, in cui è collocata la nostra locanda, è sita in una zona piuttosto particolare dal punto di vista morfologico e geologico, infatti è il punto più alto in tutto il feudo di Casarano ed è costruita interamente su calcare selcifero. Negli strati profondi sottostanti la masseria, dove vi sono anche strati di roccia basaltica, scorre una importante falda acquifera che, pare proprio per le caratteristiche del sottosuolo, provoca dei notevoli campi magnetici.
Forse anche per questa particolare condizione, da secoli, la nostra zona è oggetto di leggende e storie su fantasmi.
Si racconta che fino al secolo scorso, quando ancora la gente si muoveva con i carri e i cavalli, era sconsigliabile, la sera, passare con questi animali nei pressi della masseria, poichè potevano imbizzarrirsi improvvisamente.
La mia famiglia (Macchitella) acquistò questa masseria nel 1963 dall’ultimo erede della famiglia Sangiovanni di Nardò, Scipione, e l’atmosfera in cui io (Adriana De Lorenzis) mia sorella Luisa e tutti i bambini della zona abbiamo passato la nostra infanzia, è stata sempre molto particolare. Ci siamo abituati a considerare i numerosi episodi strani, e a volte inspiegabili, come normali e addirittura divertenti.
Da sempre siamo abituati a sentire voci che ci chiamano per nome, ad avvertire il tocco di una mano tra i capelli, a vedere oggetti che si spostano in modo innaturale, senza poi contare le innumerevoli volte che i nostri animali, cani e gatti, si fermano a guardare incantati qualcosa e scodinzolano, guaiscono, e ci guardano come a voler dire “ma perché voi non vedete quello che vediamo noi?”
Di episodi inspiegabili ne sono successi talmente tanti che descriverli tutti sarebbe un processo troppo lungo.
Ad esempio, un giorno trovammo lo stemma nobiliare dei Sangiovanni, un bassorilievo posto sulla porta della cucina, ma piuttosto in alto, completamente ricalcato nei contorni come se una mano tremolante avesse ridisegnato grossolanamente i contorni.
Un’altra volta Nicola era sull’ultimo gradino di una scala per montare uno dei lampadari della sala, quando i fermi di sicurezza hanno ceduto, ma lui, invece di cadere rovinosamente, si è sentito come afferrare e posare dolcemente al suolo.
Lui da sempre molto scettico nei confronti di tutto ciò che non riesce a vedere o toccare, da quel giorno ha incominciato ad avere molti dubbi in merito.
Moltissimi, poi i casi di clienti che hanno avuto a che fare con anomalie ai loro apparecchi telefonici. Si spengono più volte quando cercano di fare foto, compaiono sulle foto strane sfere di luce o immagini sfocate di figure strane ed inspiegabili, etc. etc.
Inoltre quasi tutte le persone passate da qui, dicono di avvertire in questo luogo una strana e profondissima pace e alcuni ci hanno riferito, il più delle volte senza sapere delle storie dei fantasmi, di sentire chiaramente la presenza di qualcosa di strano, non visibile, ma tangibile.
Pare, a quanto riferitoci da una signora di Roma, turista passata per caso che non conosceva nulla delle leggende del luogo, ma che ci ha detto di essere una sensitiva, che le presenze sono varie, ma non pericolose o cattive, anche perchè sembra che la nostra cappella consacrata abbia un grande potere di controllo della situazione.
Lasciamo ad ognuno la libertà di sentire e credere ciò che vuole, noi ci limitiamo ad una pacifica e il più delle volte, divertente, convivenza.»
Cosa aggiungere a quanto riferito dalla Signora De Lorenzis?
Leggende simili andrebbero accuratamente salvaguardate, proprio come hanno deciso di fare i proprietari della “Locanda del fu Giovanni”, che ad oggi pare essere l’unica locanda “infestata” della Puglia.

CENA COL FANTASMA

CENA COL FANTASMA

Ristorante
“LA LOCANDA DEL FU GIOVANNI”
Domenica 25 Febbraio 2018

Prenotazione obbligatoria:
3291948173 (Mario Contino Event Planner)
€ 30,00 a persona.

MENU’.
Antipasto
– Cestini di brisèe con verdure al curry
– Medaglioni di riso con funghi e fonduta di taleggio
– Crostoli con salumi
Primo
– Maccheroncini con sugo cremoso alla calabrese e salsa di burrata
Secondo
-Capicollo di maiale in casseruola Con patate agli aromi
Dolce
-Brownie con mousse al mascarpone e cioccolato bianco

Durante la cena si terrà un convegno sul tema
“fenomeni paranormali in Puglia”.
Saranno mostrate foto ottenute in luoghi ritenuti “infestati”
e saranno trasmessi alcuni audio ottenuti negli stessi luoghi.
Sarà effettuata un’indagine EVP di Ghost Hunting, alla ricerca del “fantasma”
di Giovanni, lo spirito che dimorerebbe nella locanda.
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Locanda Del Fu Giovanni: Contrada Palla, 1 | Strada Provincia Casarano-Maglie, 73042 Casarano

Evento a cura de: Mario Contino Event Planner (www.mariocontinoeventplanner.it)