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Il Diavolo nel Salento

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di Mario Contino –  Il Diavolo ea un personaggio molto presente nella vita quotidiana degli antichi salentini. Questa presenza costante, dovuta ad una fortissima influenza religiosa, ha influenzato ogni arte, dalla scultura, alla pittura, alla poesia e letteratura.
Lu tentatore (il tentatore), lu nemicu the Diu (il nemico di Dio), lu cifru (contrazione del termine Lucifero), e tanti altri nomi furono attribuiti al diavolo (lu tiaulu), sempre pronto ad innescare liti tra le famiglie, rovinare i raccolti, seminare discordia e chi più ne ha più ne metta.
I nomignoli sopra riportati erano gli unici modi con cui identificare il diavolo, infatti si temeva che pronunciare il termine “tiaulu” o “luciferu” potesse portare quest’ultimo ad apparire improvvisamente, terrorizzando i presenti. A riprova di quanto detto, esiste ancora oggi il “modo di dire”: Nomini lu tiaulu e ni spuntanu le corna (Nomini il diavolo ed ecco che gli spuntano le corna).
Il rapporto tra i salentini ed il diavolo, detto anche “Lu temoniu” (il demonio), è tale da aver originato numerose leggende.
Secondo alcune credenze popolari, ormai quasi del tutto dimenticate, il diavolo abiterebbe nei pozzi o nei ruderi delle antiche masserie, lo si potrebbe ascoltare mentre suonerebbe il suo strumento, un flauto, e vedere mentre sonnecchia tra le pietre possenti dei vecchi ruderi.
Proprio sul flauto io mi soffermerei un istante, il diavolo che nell’immaginario assume un’aspetto caprino, da satiro, e che suonerebbe un flauto, ben ricorda la figura dei fauni, esseri mitologici legati alla natura e che sono spesso raffigurati nell’atto di suonare un flauto.

Sempre il diavolo sarebbe custode di numerosissimi tesori: “le archiature”, che di tanto in tanto potrebbe concedere in dono a persone di mal affare o a personaggi che grazie alla loro astuzia siano riusciti ad ingannarlo, quasi come se questa concessione dovesse rappresentare una sorta di oscura ricompensa, o un segno di rispetto.
Al Diavolo e ai suoi seguaci, i demoni, si attribuiscono numerosissime opere architettoniche o naturali.
A Tricase vi è la famosa “Chiesa dei diavoli”, che si narra sia stata edificata dal demonio in persona, leggenda analoga fa riferimento al “campanile del diavolo”, la famosissima torre sita in Soleto, città della stregoneria.
Nel tratto costiero di Punta Ristola, possiamo rintracciare la famosa “grotta del diavolo”, ritenuta la dimora dell’anima del malvagio Barone di Castro, un uomo che per via della sua cattiveria sarebbe stato dannato in eterno e trasformato in un demone.

In Lecce possiamo riscontrare la leggenda legata alla Chhiesa di San Matteo: La colonna del diavolo. Parrebbe che il demonio, impressionato dalla maestria dello scultore e spaventato dalla folla che tale belleza avrebbe potuto attirare in chiesa, uccise il maestro prima che questi potesse ultimare il lavoro. La facciata della Chiesa, ancora oggi, mostra una delle due colonne poste ai lati del portone di ingresso, non ultimata.
Persino il mal tempo o la grande siccità erano considerate opera “di lu sette corna” (del sette corna), altro appellativo utilizzato per identificare il diavolo.
In passato, durante i violenti nubifragi che non di rado si abbattono nel Salento, le donne erano solite gettare per strada un pezzettino di mollica presa dal pane benedetto il giovedì Santo.
Seguiva un’antica litania:

“Ausate San Giuvanni e nu durmire, ca tre nuvule sta visciu passare, una te acqua, una te ientu, una te tristu e male tiempu. Mannale a ddu nu canta jaddru, a ddu nu luce luna, a ddu nu crisce nuddra criatura”

(Alzati San Giovanni e non dormire, che tre nuvole vedo passare, una e di pioggia, una e di vento, una e di brutto mal tempo. Mandale nel luogo in cui nessun gallo canta, in cui la luna non risplende mai, li dove non cresce nessun essere vivente)

Ancora oggi alcuni anziani, consci dell’antica tradizione, sono soliti ripetere questo antico rituale per “esorcizzare” il mal tempo.
Il diavolo doveva essere esorcizzato ad ogni costo, così gli antichi salentini escogitarono diverse soluzioni tra sacro e profano.
Il 15 agosto, giorno della Vergine Assunta, le donne erano solite partecipare ad un interessante rituale, oggi del tutto estinto.
Ci si segnava cento volte con il segno della croce, dopo ogni segno si recitava un’ave o Maria seguita dai versi che riporto:

Bruttu nemicu, fuscime the nanti!
Nu te la dau, no, l’anima mia,
ca m’aggiu fatte centu cruci sante,
lu giurnu te la Vergine Maria.

(Brutto nemico, sparisci d’avanti a me, non te la darò la mia anima. Ho fatto cento croci sante, il giorno della Vergine Maria)

Questa pratica potremmo definirla una specie di sigillo protettivo che la cultura popolare, il folklore, aveva creato al fine di proteggere i fedeli ed esorcizzare il diavolo.
La cultura salentina dunque, ha da sempre convissuto, al pari della forte fede cristiana, con il forte timore del diavolo e della dannazione eterna delle anime.
Se ancora oggi l’argomento è sentito, non è certo per ignoranza ed arretratezza, ma perchè il popolo salentino, forse più di altri, ha saputo onorare, conservare e tramandare le antiche tradizioni locali.

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