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Il culto dei morti in Puglia, tra sacro e profano

 – La morte, quella umana, fisica, sentita e temuta da tutti, ha da sempre suscitato nell’uomo quel senso di rispetto che da sempre si associa ai signori, ai sovrani, agli dei stessi, a qualcosa che non si può fuggire, inesorabile tappa per ogni vita umana. Nascono così in Puglia, tra un popolo contadino ma istruito di antiche nozioni tramandate spesso oralmente ed adattate ai tempi, usanze che ancora oggi, soprattutto tra gli anziani, sembrerebbero essere considerate leggi indiscutibili, gesti da ripetere per non mancare di rispetto ai “cari defunti”.

Rispetto per la morte, rispetto per il defunto, a mio avviso una credenza che ha radici profonde; del resto il defunto viene visto come colui che ha affrontato la morte, l’ultima tappa, che ha varcato la soglia ed ha finalmente scoperto quella verità che tutti ipotizzano in mille modi ma di cui nessuno ha certezza, che ha superato l’agonia della vita con un atto di estremo coraggio.

Eccoci dunque catapultati in un mondo di gesti e parole che creano uno scenario d’altri tempi, tra sacro e profano. Nel Salento soprattutto, si ha l’usanza di farsi il segno della croce prima di iniziare a pranzare e pronunciare: “Lecu Materna” a Tizio e Caio; in questo modo si crede che lo spirito del defunto sia gratificato e che lo stesso possa trovare sollievo. Il termine dialettale “Lecu Materna” è traducibile con: ”Con affetto materno”. Lo stesso gesto si ripete quando, indipendentemente dall’occasione, si sta mangiando una pietanza che era molto gradita al caro defunto quando era ancora in vita. Il tutto è senza dubbio un modo per ricordare, nel corso degli anni, qualcuno che non è più presente e che continua a vivere nei ricordi.

Un altra usanza è quella di creare, in ogni casa, un angolo destinato a quello che potrebbe essere definito senza dubbio alcuno un “culto dei morti”, di chiara derivazione romana, quindi pagana, successivamente inglobato nella “cristianità quotidiana”. Nello specifico è molto comune trovare in ogni casa pugliese un angolo, che sia una mensola o uno specifico mobiletto, sul quale vi sono sistemate diverse fotografie ritraenti alcuni amici o parenti passati a miglior vita (pagelline).
Queste sono esposte con un lumino ed un mazzo di fiori che regolarmente viene curato e sostituito.
Molto importante è la benedizione delle pagelline; in caso contrario potrebbero essere origine di sventura, sempre secondo tradizione. Questo vero e proprio rituale, che prevede il farsi il segno ella croce ogni qual volta si passi nei paraggi “dell’altarino”, servirebbe ad aggraziarsi gli spiriti dei defunti al fine di ottenere protezione per la casa. Un chiaro esempio di come antichi riti appartenenti a religioni “lontane” siano sopravvissuti fino ai nostri giorni.
Era usanza presso l’impero romano, allestire degli altari con delle statuine in ricordo dei defunti (antenati), i Lares Familiares”, al fine di ottenere i loro favori e la loro protezione. La statuette, in terracotta o legno, che raffiguravano  gli antenati, ere chiamata “Sigillum” e venivano poste all’interno della “Domus, in un’ apposita nicchia detta “Larario”

Continuando con le antiche usanze pugliesi sulla morte, non possiamo non citare le più superstiziose, come ad esempio il divieto assoluto di esporre specchi li dove è allestita la “camera ardente”: l’anima del defunto potrebbe rimanere imprigionata nello specchio e condannata alla dannazione.
Senza contare che la casa in cui quello stesso specchio dovesse venire esposto, potrebbe essere bersaglio di demoni ed altre entità soprannaturali definite malvagie dalla comune concezione.

In alcuni paesi, almeno fino agli anni ’50, ora questa usanza sembrerebbe essersi estinta anche tra gli anziani, era di moda porre sugli occhi e nella bocca del defunto alcune monete. Secondo i più materialisti, queste servivano a tenere chiuse le palpebre nelle prime ore successive al decesso. Questa soluzione non giustifica le monete in bocca, chiaro riferimento al culto greco-romano, il famoso “obolo” che l’anima avrebbe dovuto pagare a Caronte, il traghettatore degli inferi.

Curiosa è invece l’usanza, questa ancora molto sentita, di porre nella tomba del defunto, prima del funerale, scarpe, bottiglie di vino o altri oggetti che, in base a sogni premonitori, servirebbero ad un altra anima già trapassata in precedenza. Ricordo ancora un mio vecchio parente che dichiarò di aver sognato suo padre e gli avrebbe detto di essere rimasto scalzo, gli avrebbe poi suggerito di inviargli delle scarpe nuove tramite Tizio e Caio, morto realmente pochi giorni dopo il sogno che assume così le caratteristiche di premonitore.

L’antica Puglia ha molto da raccontare, storie aride come le terre da cui prende il suo nome, vecchie come le pietre che aguzze ferirono le mani dei tanti contadini che con fatica e sudore hanno saputo tramandarci insegnamenti importanti, usanze che sempre mi impegnerò a tenere in vita.

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